Segreti di Stato di Paolo Benvenuti
 
    
 
In una delle molte interviste che il regista Paolo Benvenuti ha rilasciato in passato a proposito del proprio cinema non riconciliato sosteneva che ogni film non solo viene fatto esclusivamente per un pubblico in particolare, ma soprattutto per un pubblico composto da persone intelligenti; di conseguenza qualsiasi sia la vicenda narrata, il taglio delle immagini, il montaggio, i dialoghi, persino il modo di parlare e muoversi degli attori, questi devono essere severamente contestualizzati in funzione del periodo che si vuole raccontare. Di qui la scelta di un particolare linguaggio visivo, del ritmo filmico, del taglio delle inquadrature, di tutta una sintassi cinematografica che muta e si adagia ogni volta nelle pieghe del racconto narrato, adattandosi ora al Tradimento che rese realtà storica il cristianesimo, ora alla condanna a morte di due ebrei romani nella Roma postconciliare, oppure alla morte di un brigante maremmano del XIX secolo, e infine al martirio di una presunta strega nella Toscana di fine Cinquecento. Tenendo ben presente il cammino professionale del regista dal 1988 ad oggi, mi chiedo quindi cosa sia cambiato, se qualcosa è cambiato, con questo suo ultimo lavoro, Segreti di Stato, presentato in concorso alla 60° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Dell’argomento trattato dal film se ne è già parlato fin troppo nei quotidiani, commettendo il banale errore di trattare di Cinema come se ci si occupasse di scrittura/riscrittura storica o peggio ancora di politica. Il soggetto e l’occasione del film si riassumono in poche parole: semplicemente è un tentativo di ricostruire i mandanti e la "regia" della strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° Maggio 1947, riportando alla luce elementi storicamente provati e stranamente trascurati dalla "versione ufficiale" (quella stessa versione che in parte Francesco Rosi aveva presentato nel suo Salvatore Giuliano), servendosi della documentazione rigorosamente consultata presso gli archivi dell’OSS di Washington, degli atti relativi alla strage pubblicati dalla Commissione Parlamentare Antimafia e delle testimonianze raccolte da Danilo Dolci su Portella e sulla banda di Giuliano.
Il tema trattato certamente fa onore al regista, ben fondato com’è nella ricerca storica, onestamente depurato da qualsiasi ostentazione del tragico (la strage non viene mai mostrata ma solo rappresentata nel laboratorio del perito criminologo) evitando in questo modo le lusinghe del finto reportage e collocandosi nella tradizione - ormai da chiamarsi tale dopo trent’anni di cinema - maieutica di un cinema che, servendosi di modi di rappresentazione indiretta (il plastico di Portella, i disegni di Ugolini, ecc.), cerca di provocare riflessioni più che mostrare gli eventi. E tutto il film gioca continuamente a farsi quasi rappresentazione di una rappresentazione, incominciando da una delle primissime scene dove un operatore mette in moto una macchina di proiezione e lancia in questo modo un semplice indizio alla spettatore ricordandogli che quello che sta vedendo non è la "verità" ma una ricostruzione. E allora ecco la tenda aprirsi sul modellino cartonato di Portella della Ginestra, ecco le luci accendersi su quel teatro di balze cartonate e spilli e subito dopo ecco altre luci accendersi altrettanto improvvisamente nell’aula di Tribunale di Viterbo, quasi a dire che anche le scene più realistiche, più simili al reportage non ci devono ingannare, perché ci troviamo di fronte ad una ricostruzione non diretta ed assolutamente antinaturalistica, dove l’aspetto teatrale inerente al processo viene esaltato mescolando con ironia scelte estetiche e verità storiche (infatti la sentenza venne letta alle 22.30 e i giudici avevano fatto venire da Roma i riflettori per illuminare a giorno l’aula a beneficio dei mass media del tempo). Così la morte di Giuliano ci verrà raccontata nelle primissime scene del film attraverso un documentario totalmente falso realizzato all’epoca con intenti realistici dagli stessi carabinieri; oppure la fine di Pisciotta ci verrà mostrata in un gioco di specchi Hitchockiani. Si potrebbe continuare a lungo passando in rassegna scena per scena questo film di Benvenuti con la sensazione, famigliare a chi conosce il suo cinema, che tutto ciò che viene inquadrato è tale per un preciso motivo etico prima ancora che drammaturgico. E famigliari sono molte altre scelte estetiche, come la cura nel taglio delle inquadrature, la scelta del 4/3, il montaggio lento, il suono in presa diretta, la fotografia curatissima, anche se dai colori così inaspettatamente luminosi e trasparenti come nemmeno in Tiburzi si possono ritrovare, o i rimandi al patrimonio figurativo di maggior peso per l’epoca in cui avvenne la strage di Portella, ovvero il cinema americano degli anni ‘50.
Segreti di Stato potrebbe definirsi un grande giallo storico (tanto che all’inizio i due sceneggiatori avevano pensato alla figura di un investigatore al posto di quella dell’Avvocato interpretato da Antonio Catania), un film corale come mai nessun film di Benvenuti è stato fino ad ora, un film che, per la prima volta nel cinema di quest’autore, narra una vicenda molto vicina ai giorni nostri e la narra non più a un pubblico particolare, ma a tutti gli italiani, sempre restando fermo il presupposto ideale di potersi rivolgere solo ad un pubblico intelligente e curioso. Eppure dopo un’ ora e mezza scarsa di buon cinema, questa vicenda del nostro passato, raccontata così semplicemente, mi è parsa forse un po’ troppo semplice.
La sensazione, dopo due visioni e qualche settimana di ripensamenti a tempo perso, è quella di avere visto un film rigorosamente ricostruito, nobile negli intenti sì, e curato anche nelle immagini, ma un po’ debole nella sceneggiatura, quasi didattico, un po’ troppo basso nei toni. Danilo Dolci, alla cui memoria è dedicato il film, prossimo alla sua morte aveva chiesto a Benvenuti di realizzare "Un film semplice, alla portata di tutti. Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana di questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage."
Io non sono sicura di capire il senso nascosto dietro la definizione "alla portata di tutti". E non so se questo film è davvero tale, come non so quale sia il prezzo da pagare per realizzare un film "semplice…ma per un pubblico intelligente". Però rispetto ai suoi film precedenti manca quella rabbia costruttiva che rendeva appassionante anche una vicenda raccontata in toscano cinquecentesco; manca la forza di un’indignazione che si è misteriosamente spenta per motivi che non credo siano legati all’età o a una improvvisa maturità intellettuale. Forse si tratta solo di trovare un nuovo equilibrio, una potenzialità espressiva nuova perché pensata da due volontà diverse e ugualmente forti, uno stile narrativo altro che deve essere necessariamente cercato se Paola Baroni, in Segreti di Stato co-sceneggiatrice e aiuto regista, continuerà a lavorare a fianco del marito.
C.